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ESCARTON GLI ESCARTONS: 5 TERRITORI TRA FRANCIA E PIEMONTE “LIBERI, FRANCHI E BORGHESI” Un po’ di Storia 25 gen 2023 Rosanna Carnisio Nel 1343 il Brianzonese si costituì in Repubblica, divisa in cinque escartons: Briançon, Queyras, Oulx, Pragelato e Castel Delfino. Fino al trattato di Utrecht del 1713, quando i territori passarono al Piemonte, le comunità si dividevano le imposte e potevano riscattare i feudi, sottraendo così terre alla nobiltà. Non è possibile esaminare la storia e l’arte delle Valli di Susa e di Pinerolo senza ritornare al periodo in cui essa apparteneva a quella zona della Francia che ora è il Delfinato. Se con il trattato di Utrecht del 1713 le alte valli della Dora e del Chisone passarono al Piemonte, va comunque sottolineato che hanno conservato manifestazioni artistiche, architettoniche e figurative di tradizione tipicamente francofona, per ragioni di vicinanza e di affinità che i nuovi confini non hanno potuto cancellare. LA SITUAZIONE GEOGRAFICA Il Brianzonese era un’entità politica che, intorno a Briançon, occupava le testate di cinque valli: la valle della Dora Riparia o di Oulx (ora di Susa) verso nord-est, la Val Chisone o di Pragelato ad est; la Val Varaita verso sud-est; la Valle del Guil o Queyras ad ovest; la valle della Durance o bacino di Briançon a sud. La forma era quella di un quadrato di circa 80 chilometri di lato al cui interno diverse vallate comunicavano più facilmente fra di loro che con l’esterno. La valle della Durance era legata a quella della Dora attraverso il Colle della Scala, il più basso delle Alpi con i suoi 1757 metri, e con il Monginevro, a quota 1854. Il Queyras era collegato a Briançon dal Col Izoard e ad Oulx dal Col di Thures più facilmente che con Embrun, dal momento che la comba del Guil era pressoché impraticabile nella gorgia della Chapelue. Esso comunicava con la Val Varaita attraverso i colli dell’Agnello, 2744 metri, e di St. Véran, 2850 metri, alti ma praticabili. Il territorio era invece delimitato ad ovest dall’imponente catena del Pelvoux e dalla Barre des Ecrins, che comunicava con il resto del Delfinato attraverso il Colle del Lautaret. A nord si collegava con la Savoia con un solo passo carrozzabile, il Galibier, a quota 2658. La capitale naturale di questa area non poteva che essere Briançon, incrocio obbligato delle vie di comunicazioni verso il Delfinato, la Provenza, la Savoia e il Piemonte. Briançon con in primo piano le mura settecentesche. IL BRIANZONESE PRIMA DEL TRATTATO DI UTRECHT L’unità geografica offrì conseguentemente la via all’unità politica, che era già realizzata in epoca romana quando Donno regnava sui due versanti delle Alpi nel 50 a. C. Suo figlio, Marco Giulio Cozio, alleato dei Romani all’epoca di Augusto, diede il nome a quella zona di monti che il suo regno occupava, conosciuta ora come Alpi Cozie. Tra l’11 e il 9 a. C., Cozio fece edificare a Susa, alla gloria di Augusto, un Arco di trionfo su cui erano incisi i nomi delle quattordici popolazioni amministrate in qualità di prefetto romano: i Segusini che abitavano Susa e i suoi dintorni, i Belaci occupavano la zona di Bardonecchia, i Segovi stanziati lungo il corso della Dora Riparia. Le altre popolazioni al di fuori della valle erano i Caturiges, i Medulli, i Tebavi, gli Adanates, i Savincates, gli Egidini, i Veanini, i Venisami, e i Quadriates (o Quariati). I domìni di Re Cozio in una elaborazione tratta dal libro “4 città unite da 4 archi”, della Associazione “Il Ponte” di Susa. Dopo le invasioni barbariche, Ghigo I detto il Vecchio, conte di Albon e capostipite dei Delfini di Vienne, alleato di Corrado il Salico successore di Rodolfo III, ricevette in feudo il Brianzonese. Il primo titolo di giurisdizione sovrana nel Brianzonese è del 1053. Nello stesso periodo i Delfini vi aggiunsero il titolo di Marchese di Cesana e ricevettero dall’Imperatore il diritto di battervi moneta. Questo piccolo principato conservò la propria autonomia e, in conseguenza dello spostamento della sede papale ad Avignone, Briançon conobbe una prosperità superiore a quella di Grenoble. Le fiere di Briançon erano famose: si tenevano una l’8 settembre e l’altra il 1° maggio, ed è possibile conoscere le merci di scambio grazie al Libro del Re, conservato negli archivi di Briançon: cereali, legumi, vini del Piemonte, bestiame, drappi, lane, chincaglierie, mentre i tessuti d’oro, d’argento e di seta provenivano dall’Italia secondo un accordo stipulato il 21 giugno 1343. Le fiere avevano inoltre due privilegi: il sale costava 15 libbre invece di 24 e non si pagavano dogane all’uscita del baliato di Briançon. Nel 1478 il marchese di Saluzzo realizzò il primo tunnel alpino sotto il Colle delle Traversette, il Buco di Viso (recentemente ristrutturato sul versante francese) per poter importare il sale senza transitare dal Colle dell’Agnello. I giacimenti metallurgici cominciarono ad essere sfruttati in quest’epoca. La grafite del Col di Chardonnet fu conosciuta verso il 1450, e Luigi XI concesse lo sfruttamento di giacimenti di ferro nei pressi di Monêtier. Nel 1446 si diede concessione a un certo signor Bayle per le miniere d’oro del Brianzonese e per le miniere di carbone, e nel 1474, 1476 e 1492 per le miniere d’oro, d’argento, di rame, di piombo, di stagno e di cinabro di Oisans, Exilles e Cesana. Il benessere e la lontananza dal potere centrale avevano dato agli abitanti di questa regione i mezzi per ottenere vantaggi politici considerevoli. Il 29 maggio 1343, prima di cedere il Delfinato alla Francia, Umberto IIconcesse la Carta delle libertà brianzonesi in cambio di una somma in contanti di 12.000 fiorini d’oro e di una rendita annuale di 4.000 ducati. Gli abitanti si dividevano le imposte e potevano riscattare i feudi, sottraendo così terre alla nobiltà. Con l’articolo 35 essi erano diventati “libres, francs et bourgeois” in virtù di una sorta di patto sociale tra la nobiltà e la plebe. Lo stemma della Repubblica degli Escartons, con i gigli e i delfini. Umberto II, vedendo morire l’unico suo figlio, rinunciò ai suoi Stati in favore della Francia, riservandosi la sovranità finchè era in vita. Abdicò definitivamente sei anni dopo in favore di Carlo, figlio di Giovanni II re di Francia, più tardi Carlo V il Saggio. Ma prima di abdicare Umberto II fece sì che il Delfino si impegnasse, per lui e per i suoi successori, a mantenere tutte le libertà concesse. Quest’ultimo doveva conservare lo stemma dei gigli e i delfini che ancora oggi si vedono scolpiti sui monumenti e le fontane delle nostre valli, e il primogenito doveva inoltre chiamarsi “Delfino”, titolo dato per la prima volta al figlio di Ghigo III dalla madre inglese. In quello stesso 1343 il Brianzonese si costituì in repubblica divisa in cinque escartons. Escartons, dal francese escarter = ripartire, riguardava il modo di ripartire le imposte; per l’esattezza écartons, dal verbo écater, significa dividere in quarti, poiché originariamente gli escartons erano quattro: le comunità di Pragelato erano annesse a Oulx fino all’epoca delle guerre di religione, quando, diventate completamente protestanti, si staccarono per formare un escarton distinto). Escarton di Briançon, 12 comunità: Briançon, Cervières, Monginevro, Le Monêtier, Nevache, Puy st. André, Puy St. Pierre, St. Chaffrey, St. Martin de Queyrières, La Salle, Vallouise e Villar St. Pancrace. Escarton du Queyras 7: Abriés, Aiguilles, Arvieux, Château Ville-Vieille, Molines, Ristolas, St. Véran. Escarton di Oulx 22: Les Arnauds, Bardonecchia, Beaulard, Bousson, Champlas du Col, Chiomonte, Désertes, Exilles, Fenils, Melezet, Millaures, Mollières, Oulx, Rochemolles, Rollières, Salbertrand, Sauze d’Oulx, Cesana, Solomiac e Thures. Escarton di Pragelato 6: Fenestrelle, Meana, Mentouilles, Pragelato, Roure e Usseaux. Escarton di Castel Delfino (Alta Val Varaita) 4: Bellino, Castel Delfino, Chianale e Pont. Il territorio degli Escartons in una elaborazione di “Alpes & Midi”. Nel 1349, con la cessione della Confederazione al Delfinato, essa passerà alle dipendenze francesi e, a differenza dei cantoni svizzeri, non avrà mai il potere politico o l’ambizione di estendere la propria influenza, pur conservando l’autonomia amministrativa. Quattro secoli dopo, col Trattato di Utrecht del 1713, in cambio della valle di Barcellonette, gli escartons sul versante italiano, “au eaux pendant vers l’Italie”, furono uniti al Piemonte, con la riserva e la garanzia dei propri diritti, privilegi ed esenzioni, confermati dalle regie patenti del 28 giugno 1737 da Carlo Emanuele III, e non torneranno più francesi se non nella breve parentesi napoleonica. Seguiranno invece la sorte dei Savoia e dell’Unità d’Italia, vedendo sparire a poco a poco le loro istituzioni ed autonomie. Nel 1860 l’insegnamento della lingua francese fu sostituito dall’italiano, e il patois provenzale cominciò la sua agonia via via che i villaggi alpini si videro svuotati dai loro abitanti. Così le alte valli di Susa e del Chisone gradualmente persero la loro connotazione geografica, e invece di chiamarsi Escarton d’Oulx e di Pragelato si denominarono in modo anonimo, seguendo, come sempre accade, il processo di spersonalizzazione tipico dei governi centralizzati. Un cippo che ricorda il confine fra Delfinato e Ducato di Savoia fino al 1713 è stato posto sulla strada statale del Monginevro fra Chiomonte e Gravere. L’AUTORE Rosanna Carnisio
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IN AUTO ON THE NAPOLEONIC ROAD OF MONCENISIO Colle del Moncenisio (in French Col du Mont Cenis) is a pass in the Cottian Alps that connects Susa and Turin with the French department of Alta Moriana (Haute Maurienne) in Savoy. During the winter the snow is not cleared from the pass which is a natural park. Towards the end of May the snow melts and the pass becomes passable. In ancient times, in the center of the pass there was a natural lake much smaller than the current one. A first dam was built in 1921 and in 1968 the large basin that we can see now was built. The building where the insiders resided, in the Gran Croix area, was transformed into a hotel restaurant with the name Hotel Malamot. The lake feeds the Enel hydroelectric plant in Venaus in Val di Susa and the French one of the Edf (Électricité de France) in Villarodin. Sign of the Colle del Moncenisio This Savoyard territory was disputed between the abbey of Novalesa and the diocese of Turin and Susa. From a geographical point of view it is located on the Italian territory. In fact, the waters of the artificial lake of Moncenisio flow into the river Cenischia which descends into the Val di Susa and is a left tributary of the Doria Riparia which flows into the river Po. Rhone. But in 1947, due to the war damage caused by the Italy that it had lost, France obtained in the Treaty of Paris that the whole plateau where the lake is now located was annexed to the Auvergne-Rhône-Alpes region. On the hill you can see the remains of the old border and the current customs office. French customs Customs has been closed for a long time. Until recently, people came and went from France without being stopped. It is now manned by the French gendarmerie who stop migrants as they try to enter France from the crossing. Benedictine Abbey of Saints Peter and Andrew in Novalesa The Colle was also claimed by the village of Ferrera Cenisio for the control of the pass and the exploitation of the woods and pastures. At the foot of the hill, in Italian territory, stands the Novalesa abbey which was founded in the eighth century. It is located in the municipality of Novalesa on the old via regia which was used by pilgrims to cross the pass. In some places it coincides with the Via Francigena, that is the "road of the Franks", the pilgrims who from Northern Europe went on pilgrimage to Rome. Some continued on to Brindisi, where they embarked for the Holy Land. Venaus Lanslebourg Forts of Esselion NOVALESA - A must-do itinerary. Even today the town is built in front of theNovalesa Abbey , which in its splendid isolation in the middle of the meadows on the west side of the Val Cenischia , for thirteen centuries it has been the cornerstone of the life of the town. A street village With its typical alpine architecture, Novalesa is a street village built around the Via Maestra, part of the ancient road of France that from the Middle Ages (with the foundation ofNovalesa Abbey by i Franks in 726) in the 19th century led to the Colle del Moncenisio The passage of the international road made the town of Novalesa and its inns an essential stopover at the foot of the pass, decreeing its economic fortune and leaving valuable Alpine works of art on site. Foot of the Mountain Between the 12th and 13th centuries, on the busy Via Francigena, at the base of the alpine pass of the Moncenisio an ecclesiastical building that existed before the parish church and now deconsecrated was already referred to as S. Maria ad Pedem Montis Cenisii, or S. Maria de Pedemontio. There are several interesting places in this town in the Cenischia valley. Novalesa Abbey Among the meadows in front of the town stands theNovalesa Abbey , dating back to 726 AD and surrounded by ancient chapels placed among the meadows. Founded by the Franks at the foot of Colle del Moncenisio serving the Via Francigena, has recently been restored and houses, in addition to the valuable frescoed chapel of S. Eldrado (11th century, with a double cycle on Eldrado and su_cc781905-5cde-3194-bb3b- 136bad5cf58d_St. Nicholas of Bari , one of the earliest examples in Western Europe), internationally known, an archaeological museum and a book restoration museum. The burial of a man accompanied by a shell was found at the Abbey, probably a returning pilgrim da Santiago de Compostela [6] . Antoine de Lonhy (workshop), polyptych of the Nativity, c. 1500 (Novalesa, church of S. Stefano) Parish Church of Santo Stefano The parish church of Santo Stefano in the town center with the diocesan museum of sacred art hosts works from the eighth to the eighteenth century, partly coming from the suppression of the Novalesa Abbey. Ethnographic Museum The small local ethnographic museum is located along the Via Maestra formerly traveled by pilgrims of the Via Francigena and by merchants. Inside it preserves objects and environments typical of the rural civilization that characterized the village until the whole of the twentieth century. Novalesa, rock engraving Rock engravings As evidence of the ancient frequentation of the place and its alpine pastures, there are numerous rock engravings on site. Medieval inn House of frescoes The House of frescoes recently recovered by the municipality that acquired it as a municipal heritage, is a former medieval inn with a well-preserved double internal environment. Only one other case is known in the Alps of a preserved environment of this type, in Val Pusteria , in addition to a citizen a Moncalieri [ Probably to be identified with the Locanda della Croce Bianca mentioned in documents starting from the 14th century, it has frescoes on the facade with the coats of arms of the European regions of origin and destination of the patrons of the inn[8] , stage point of the Via Francigena , variant of Moncenisio e which exploited the location of the country at the base of the Colle del Moncenisio . Internally, the House has geometric fresco decorations with writings left by the patrons over time. During the restoration, the writing of a pilgrim of Polish origin was found. Lanslebourg LANSLEBOURG - FRANCE STRONG IN THE ESSELION Once arrived, you can go down the valley to the left and arrive at the Esselion Forts. The Esseillon Barrier or Esseillon Forts is a series of five fortifications built in the 19th century on a rocky spur that blocks the high valley of theArc , on the municipality of Aussois (Valley of the Maurienne , to six kilometres upstream of Modane ), to protect Piedmont from a possible French invasion. It includes four forts and one forts, which bear the names of members of the Savoy family. Forte Maria Cristina: it was one of the two points at the northern extremes of the entrenched camp. It held the Aussois plateau and the Maurienne valley up to Modane under fire. Today it has been completely restored and houses a hostel and a hotel Forte Carlo Alberto: it was the other stronghold of the entrenched camp to the north, holding the Aussois plateau is also under fire. Its construction was never completed. Forte Carlo Felice: located in close protection of the Vittorio Emanuele Fort and the Esseillon hill it was the only fort partially dismantled by the French following the clauses of the Treaty of Turin. Today it is in ruins. Forte Vittorio Emanuele: it was the most important work of the entire complex, it could accommodate a garrison of 1500 men and was the headquarters of the command of the square, the hospital and the church. Extended on several levels, with a difference in height of over 150 meters, it kept the road to Mont Cenis as well as the lower valley under fire. They are in progress restoration work and is open to the public. Reduced Maria-Teresa: the only work placed on the left bank of the Arc had the task of close defense of the bridge over the Nant stream. Today it has been completely renovated and houses a bar and a museum. The construction technique is the same as that of the Piedmontese forts of Exilles, Bard, Vinadio. A drawbridge allows the passage over the thirty meter wide moat at that point. All gunboats are equipped with cross vaults supported by mighty columns. The dimension of the work allowed the presence of a large number of soldiers, there were also two ovens, with a capacity of 250 rations of bread each; the governor's palace, which is the longest barracks; barracks for soldiers e a prison; in 1859 the fort had 88 gunboats of which 35 in casemates; now there are 41, evidently new gunboats have been opened after the annexation to France. The fort can be visited, some parts have been restored, others are closed and unsafe. Reference site: https://www.savoie-mont-blanc.com/offre/fiche/les-forts-de-l-esseillon/336706 VAL D'ISERE Arrived at the Fort to return to Italy, you can continue towards Modane and make the Frejus Tunnel, or repeat the route to Lanslebourg to continue towards Mont Cenis and then Susa. This route can be done in one day and is also suitable for cars. Taking more time from Lanslebourg you can get to Val d 'Isere, a well-known station winter skiing, you have to go down towards Modane from here, Saint Jean de Maurienne take the motorway to Albertville, from here it is 90 km to arrive, then towards Bourg saint Maurice and Val d'isere, rely on a map or navigator for the route but, it's worth it. If you leave early in the morning it is possible to do it within the day but without too many breaks and, to shorten it the route from Bardonecchia you enter the Frejus Tunnel. This will make a lot of highway. I wanted to include this itinerary in French territory because I think it is very beautiful and varied. Val-d'Isère in France, is a commune belonging to the Rhône-Alpes region and the Savoie department, a well-known destination for passionate skiers and home to ski competitions. It has over one thousand and six hundred inhabitants and covers an area of about ninety-four square kilometers. The ski slopes of Val-d'Isère are exhilarating and the charm of the country is so strong that it cannot fail to arouse wonder. The area arouses interest for its elegance, for its richness, for the guarantee of tranquility and well-being; in the morning you reach the ski lifts to ski and in the evening you return to the warmth of your home or accommodation, delighting the palate with local flavors. The center is visited especially in winter but in summer there is no shortage of opportunities for skiing reaching the Grand Pissaillas at almost three thousand meters high. Val-d'Isère is therefore full of life throughout the year and guarantees unforgettable holidays not only for those who practice winter sports but also for those who want to spend relaxing moments breathing mountain air. The history of Val-d'Isère is linked to the events that marked the Savoy, living with it sometimes complex and singular events; the origins of the territory are however to be found in a remote past, the one in which the territory hosted a small Celtic people. Val-d'Isère owes much of its success to the skiing competitions that take place annually on its peaks. The presence of modern and efficient systems increases its fame making this area one of the most popular places in the French Alps. NOVALESA Susa - Moncenisio Lake - Lanslebourg - Val d'Isere. _cc781905-5cde-3194-bb589094-136bad5cde-3194-bb589094-136bad5ccc3 -bb3b-136bad5cf58d_Starting from Susa go up towards the Mont Cenis, whose summit houses the famous lake Vecchio tunnel ferroviario del Frejus Tra l'alta Valle di Susa e la Moriana, tra Italia e Francia, corrono le Alpi Cozie che hanno i loro più famosi picchi nell'inconfondibile Monviso, con i suoi 3.841 metri, e nell'Aiguille de Chambeyron, a 3.409 metri. Ma non tutti i massicci delle Alpi Cozie sono così conosciuti e battuti, anzi, alcuni attirano un numero decisamente minore di alpinisti e di escursionisti. Tra questi c'è per esempio il Frejus, 2.936 metri d'altezza, la cui cima è raggiungibile dal versante italiano percorrendo dapprima una mulattiera e poi un versante detritico. All'inizio di questa mulattiera, a circa 1.750 metri, sorgono delle particolari costruzioni grigie, in cemento armato riportanti la scritta: sono i “Camini del Frejus”, ossia gli sfiati del tratto italiano del traforo stradale del Frejus che attraversa il massiccio da parte a parte, collegando la città di Modane, in Francia, con Bardonecchia, in Italia. Come è noto, però, la lunga galleria stradale non è l'unica opera di ingegneria costruita al di sotto di questo massiccio: più di un secolo prima, infatti, era stato scavato il traforo ferroviario del Frejus, all'epoca il più lungo tunnel del mondo. Il traforo ferroviario del Frejus: la storia Il primo traforo del Frejus, quello ferroviario, fu ideato da un imprenditore di Bardonecchia, Giuseppe Francesco Medail che presentò un progetto al re Carlo Alberto già nel 1840. Quel suo disegno venne trascurato, essendo forse fin troppo ambizioso per i tempi. L'idea venne però passata all'ingegnere belga Henri Maus. Anche lui, come del resto Medai, morì prima di vedere realizzato il progetto che passò nelle mani dell'ingegnere, nonché Ministro delle Finanze, Quintino Sella il quale dovette trovare una soluzione per l'areazione del tunnel. La lunghezza del Traforo del Frejus è pari a 13,636 chilometri e mai nessuno prima di allora aveva pensato di costruire una galleria talmente estesa. Il progetto definitivo fu quindi rifinito da Geramain Sommeiler, da Sebastiano Grandis e da Severino Grattoni. La prima pietra fu posata nel 1857 da re Vittorio Emanuele II, dopo che lo stesso Cavour perorò la causa del traforo del Frejus. Il finanziamento iniziale concesso dalla casa regnante fu di 42 milioni. A mettere a rischio l'opera fu, però, il corso della storia: nel 1860 il Regno di Sardegna, per compensare la Francia dell'aiuto dato durante la riunificazione, decise di concedere la Savoia agli alleati. Il tunnel, dunque, non era più da ambo le parti su territorio italiano, e fu necessario definire un accordo nuovo con i francesi. Questi misero sul piatto 19 milioni che sarebbero stati corrisposti solo ad opera completata entro un arco temporale di 25 anni. I francesi promisero anche un premio che sarebbe aumentato di pari passo al diminuire dei tempi di costruzione del tunnel.Motivati dalla prospettiva del premio, gli italiani decisero di fare del loro meglio per accelerare i tempi, tanto che, quando il tunnel venne inaugurato nel 1871, i francesi dovettero pagare 26 milioni, coprendo il definitivo costo del traforo del Frejus che fu pari a 70 milioni. La costruzione del tunnel non procedette senza problemi: i lavori furono accelerati senza ombra di dubbio dalla perforatrice automatica pneumatica messa a punto dai tre ingegneri che firmarono il progetto finale, ma non mancarono i contrattempi e, ovviamente, gli incidenti. Dei 4.000 operai impiegati 48 morirono durante i lavori (anche se va detto che 18 caduti sono da ricollegare all’epidemia di colera del 1964). Lo scavo del traforo fu seguito passo dopo passo e con vivo interesse dalla stampa mondiale. Con quel tunnel ferroviario si sanciva un nuovo passaggio per il treno Londra-Brindisi che in quegli stessi anni transitava faticosamente sulla Ferrovia del Moncenisio, realizzata poco prima proprio dagli inglesi e caduta poco dopo in disuso. Il tunnel del Frejus restò il più lungo al mondo fino al 1882, anno in cui venne sorpassato dalla Galleria ferroviaria del San Gottardo (15 chilometri) la cui costruzione partì nel 1972. Quello ferroviario fu però solo il primo dei tunnel del Frejus: qualche decennio fa questa opera è stata affiancata da una seconda galleria. Il traforo stradale del Frejus Dal 1980, a fianco del Traforo ferroviario del Frejus, scorre anche un traforo stradale. Anch'esso collega Bardonecchia a Modane: a partire dalla sua inaugurazione, ha portato alla chiusura del servizio di trasporto automobili nella galleria ferroviaria ottocentesca. I lavori per la sua costruzione sono iniziati nel 1974, e quindi poco più di un secolo dopo rispetto all'apertura del parallelo tunnel ferroviario. La lunghezza del traforo stradale del Frejus è 12,895 chilometri. Il traforo stradale è gestito da due società distinte: da parte francese la gestione è in mano alla SFTRF, mentre in Italia il traforo del Frejus è di competenza della SITAF. Tra i principali collegamenti tra Italia e Francia, durante i suoi primi vent'anni di vita il tunnel del Frejus ha visto il passaggio di oltre 20 milioni di veicoli. TUNNEL AUTOSTRADALE FREJUS Il traforo stradale del Frejus è una galleria a pedaggio che collega la Francia con l'Italia . Posto sotto il monte Fréjus fra le località di Modane in Francia e Bardonecchia in Italia, corre parallelo al traforo ferroviario del Frejus e costituisce uno dei principali collegamenti transalpini fra Francia e Italia con la parte italiana, nella rete autostradale italiana , classificata come "traforo T4". L' alternativa al colle del Moncenisio che ricordo sale da Susa per raggiungere Modane e da qui proseguire o verso la val d'Isere oppure continuare sull' autostrada che porta a Chambery etc. T4 Traforo del Frejus – Sitaf S.p.A.
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PAESI DELLA VALLE Podcast Susa Sacra di San Michele Abbazia di Novalesa Gran pertus Colombano Romean Fortino Serre la garde Exilles Cesana Bardonecchia Sestriere Sauze d'oulx Oulx Exilles SANT'ANTONIO DI RANVERSO L’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, o meglio Precettoria , è un edificio religioso piemontese fondato dall’Ordine ospedaliero di Sant’Antonio di Vienne e situato a Buttigliera A lta al principio della Valle di Susa . Nel 1188 è documentata la donazione del terreno da parte di Umberto III di Savoia, che diede in uso l’area ai canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne , in seguito noti come “Antoniani”, con l’intento di creare una struttura dotata di una foresteria per i pellegrini e anche una sorta di lazzaretto per coloro i quali erano afflitti dal “fuoco di sant’Antonio “. In seguito, con l’avvento dell’epidemia di peste della seconda metà del XIV secolo , l’ospedale di Ranverso svolse un ruolo fondamentale per la cura e l’assistenza agli appestati, poiché venivano attuate apprezzabili pratiche di isolamento e cura delle piaghe infette mediante il grasso dei maiali per evitare l’espandersi dell’infezione CASTELLO DI RIVOLI Il Castello è sicuramente una tra le più gettonate. Oltre che una fortificazione necessaria ad aumentare le difese del territorio, il castello fu una residenza. Il Duca Vittorio Filiberto I commissionò moltissimi lavori di ampliamento, ristrutturazione e miglioramento alla pianta originale per rendere più confortevole e appropriata la sua dimora. La città fu più volte saccheggiata durante le invasioni barbariche e infine cadde sotto il controllo della dinastia dei Carolingi. AVIGLIANA Avigliana è un comune italiano di 12 527 abitanti della città metropolitana di Torino in Piemonte , ed è situato ad una ventina di chilometri a ovest dal capoluogo piemontese . Il comune è posto in un anfiteatro morenico compreso tra il Monte Pirchiriano , sul quale sorge la Sacra di San Michele , e la collina di Rivoli , nella parte terminale della Val di Susa verso la pianura in un molteplice e complesso territorio conosciuto come Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana . Il borgo di Avigliana è noto anche per i due laghi, fulcro dell’area protetta del Parco dei Laghi di Avigliana , che fa parte dell’Ente di Gestione delle Aree Protette delle Alpi Cozie. CHIUSA SAN MICHELE La Sacra di San Michele, o più propriamente abbazia di San Michele della Chiusa, localmente chiamata anche Sagra di San Michele, è un complesso architettonico arroccato sulla vetta del monte Pirchiriano , all’imbocco della val di Susa , nella Città metropolitana di Torino , in Piemonte , nei territori dei comuni di Sant’Ambrogio di Torino e di Chiusa di San Michele , poco sopra la borgata San Pietro . Sempre sul lato settentrionale, isolata dal resto del complesso, svetta la torre della “Bell’Alda“, oggetto di una suggestiva leggenda: una fanciulla (probabilmente vissuta nel XIII – XIV secolo ), la bell’Alda appunto, volendo sfuggire dalla cattura di alcuni soldati di ventura, si ritrovò sulla sommità della torre. Dopo aver pregato, disperata, preferì saltare nel precipizio sottostante, piuttosto che farsi prendere; le vennero in soccorso gli angeli e, miracolosamente, atterrò illesa. La leggenda vuole che, per dimostrare ai suoi compaesani quanto era successo, tentasse nuovamente il volo dalla torre, ma che per la vanità del gesto ne rimase invece uccisa. ABBAZIA NOVALESA Con la sua tipica architettura alpina, Novalesa è un borgo di strada costruito attorno alla Via Maestra, parte della strada antica di Francia che dal Medioevo (con la fondazione dell’abbazia di Novalesa da parte dei Franchi nel 726) al XIX secolo conduceva al Colle del Moncenisio La storia dell’abbazia di Novalesa ha inizio il 30 gennaio 726, per mezzo dell’atto di fondazione dovuto all’allora signore franco di Susa e Moriana , Abbone , a controllo del valico del Moncenisio . In questo periodo i monasteri avevano infatti una precisa valenza strategica e i Franchi in particolare non solo li considerarono loro sfera di influenza, ma li utilizzarono come basi di partenza per le loro incursioni contro le popolazioni nemiche. Tra Monpantero e Novalesa il monte Rocciamelone. Nel medioevo vi furono diversi tentativi di salita alla vetta, compreso uno da parte dei monaci dell’abbazia di Novalesa che – si legge negli annali dell’Abbazia – vengono respinti da vento e grandine. La prima salita documentata risale al 1º settembre 1358 , probabilmente un primato nell’arco alpino. Il crociato astese Bonifacio Rotario , catturato dai Turchi , si affida alla Madonna , promettendo, qualora fosse tornato in patria, di dedicarle un simulacro sulla vetta della prima montagna che avesse visto tornato sul suolo natio. Assistito da alcuni portatori, raggiunse effettivamente la vetta portando con sé come ex voto un pregevole trittico in bronzo inciso con il bulino , fatto realizzare a Bruges e dedicato appunto alla Madonna. Collocò l’opera in una grotta scavata nella roccia sulla cima della montagna. Questo storico evento alimentò per secoli una importante devozione popolare verso la Madonna, e molti altri pellegrini si aggiunsero a Bonifacio Rotario. Il 5 agosto 1673 però un tale Giacomo Gagnor, soprannominato “il matto di Novaretto”, fece un pellegrinaggio sul Rocciamelone e si portò via il famoso trittico dalla vetta recapitandolo poco tempo dopo al castello di Rivoli , convinto di fare un piacere al Duca di Savoia Carlo Emanuele II affinché potesse ammirarlo con la sua corte senza doversi sobbarcare la faticosa ascesa. Successivamente la preziosa opera fu collocata all’interno della cattedrale di San Giusto a Susa ove si trova tuttora. SUSA Le origini di Susa “Porta d’Italia” si perdono nella storia. Nel 500 a.C., quando città come Aosta e Torino non erano ancora state fondate, in Susa esisteva una realtà celtica perfettamente organizzata dai sacerdoti druidi. Successivamente romanizzata ebbe il suo massimo splendore con il culmine dell’Impero Romano. Difficile stabilire l’epoca in cui la città fu abitata per la prima volta e le popolazioni che l’abitarono. Certamente tra esse ci furono i Liguri e in seguito arrivarono i Celti (500 circa a. C.) che si fusero con le prime popolazioni. Poi giunsero i Romani guidati da Giulio Cesare che combatterono con le popolazioni locali e stabilirono con Donno , il loro re, un patto di alleanza, in modo da garantire un transito sicuro verso la Gallia a truppe e merci dai valichi del vicinissimo Colle Clapier e del più lontano Colle del Monginevro . I buoni rapporti continuarono per un lungo periodo, sanciti dalla costruzione dell’arco di Augusto . La città allora si chiamava Segusium e fu la capitale del Regno dei Cozii , nella provincia detta delle Alpi Cozie . Arena romana. Detto anche anfiteatro romano, risale al II-III sec. dopo Cristo. Sorge dietro all’acropoli di Susa,in una conca naturale ben riparata dai venti. Ha una forma ad ellisse di 45 per 37 metri, è l’anfiteatro più piccolo di età romana presente in Italia. MONCENISIO Le prime testimonianze sono legate alla storia del valico del Moncenisio , che divenne nel XVI secolo una via di primaria importanza per i rapporti commerciali fra Italia e Francia , facente parte della Via Francigena , della quale si conservano lunghi tratti dell’antica mulattiera. Il percorso dei viandanti prevedeva lo smontaggio dalle carrozze a Novalesa , in modo da proseguire il cammino per la ripida mulattiera che, attraverso Ferrera, portava al valico; di qui si poteva poi scendere verso Lanslebourg-Mont-Cenis , al di là delle Alpi . Nel periodo 1803 – 1811 venne costruita, per ordine di Napoleone Bonaparte , la strada napoleonica (l’attuale SS25 ), che tagliò fuori il paese e soprattutto rese praticamente inutile il servizio offerto dalle guide e dai portatori. All’inizio gli abitanti furono impiegati nella costruzione della strada stessa ma, una volta terminata, non rimase che la pastorizia o l’emigrazione verso i paesi della bassa valle. Come per la vicina Novalesa , tuttavia, la creazione del nuovo itinerario e il relativo crollo economico della comunità, con l’assenza di ogni attività di rinnovo, contribuì a preservare il paese nella sua forma più antica. Questo territorio era storicamente savoiardo prima dell’annessione del ducato alla Francia nel 1860. Sul luogo era presente un lago naturale di dimensioni molto minori. Una prima diga di contenimento fu costruita nel 1921 . Quella attuale è del 1968 e non è realizzata in calcestruzzo ma in materiale naturale ed invasa al massimo livello da 320 milioni di metri cubi di acqua. Il lago, al centro di una complessa rete di tunnel per la captazione delle acque delle montagne. https://www.gulliver.it/itinerari/ronce-varisello-forti-da-piano-san-nicolao-giro-dei-forti-del-moncenisio/ EXILLES Exilles sorge a 870 m s.l.m. in Alta Val di Susa all’interno di una stretta gola della Dora Riparia , a circa 67 chilometri ad ovest da Torino . La valle ha qui un suo punto caratteristico chiudendosi, prima del vasto pianoro di Oulx, nella “Comba di Exilles”. La costiera sud (a destra orografica) sale sino alla Testa dell’Assietta , quella nord fino al Monte Niblè , una delle vette del Massiccio dell’Ambin . L’abitato di Exilles ha origine antichissima: grazie alla sua posizione strategica il sito attualmente occupato dal Forte era abitato già in epoca primitiva e poi in epoca celtica: solo dal 1155 , sotto il comando dei conti d’Albon , si può confermare l’esistenza di un vero e proprio complesso fortificato. Da quella data, il forte di Exilles e il paese passarono di mano in mano, tra la dominazione piemontese e quella francese: una storia lunga, che vide contrapposte per lungo tempo le fazioni del Ducato di Savoia e quelle del Delfinato , e che diede anche origine alla famosa vicenda del miracolo eucaristico di Torino . Dopo il Trattato di Utrecht, Exilles venne fortificato nuovamente dai Savoia, che ne fecero una piazzaforte inespugnabile. Nel settembre del 1745, nel corso della guerra di successione austriaca, le truppe francesi tentarono di aprirsi la strada verso la bassa valle di Susa attaccando il forte di Exilles, ma vennero respinte dalle cannonate della guarnigione del forte al comando del capitano Papacino d’Antoni. Passato alla Francia , la leggenda vuole che qui, tra il 1681 e il 1687 , sia stato detenuto il celebre personaggio poi denominato la “Maschera di Ferro “. SALBERTRAND Il territorio comunale di fondovalle si estende in corrispondenza dell’inizio della piana di Oulx , dal restringimento dell’antica frana di Serre la Voute (confine con il comune di Exilles ) fino alla zona denominata Pont Ventoux (confine con il comune di Oulx ); in direzione nord-sud (larghezza) il territorio comunale è invece pressoché compreso tra gli spartiacque dei rilievi che delimitano la vallata. Le caratteristiche paesaggistiche e territoriali variano dall’ampia piana della Dora Riparia , ai rilievi soleggiati e in parte aridi ed aspri del versante nord , a quelli ricchi di flora e fauna del versante opposto dove fin dagli anni ’80 del secolo scorso fu istituito il Parco Naturale Regionale del Gran Bosco . Il parco è situato in Valle di Susa, in provincia di Torino, nella destra orografica del fiume Dora Riparia che solca la valle, creandone il confine a nord. A sud il parco si estende sino al crinale che fa da confine tra le valli di Susa e Chisone, solcato dalla strada denominata “dei Sette Colli” o “dell’Assietta”. Per un lungo tratto tale strada fa da confine al parco con ingressi segnalati ai Colli (da ovest a est) Costapiana, Blegier e Lauson. A ovest il parco confina con il comune di Sauze d’Oulx e a est con il comune di Chiomonte. Le montagne situate a nord (appartenenti al gruppo Ambin) salgono fino agli oltre 3200 m della cima del Vallonetto . Sempre su questo versante di alta montagna vi era anche gran parte del ghiacciaio del Galambra , che fino agli anni ’30 aveva ancora uno spessore di alcune decine di metri e attualmente quasi completamente scomparso. Sempre sul territorio la galleria dei Saraceni, un buco nella montagna molto suggestivo, un solo senso di marcia tutto al buio con l’ acqua che filtra nella roccia. Iforti, tra Salbertrand e Bardonecchia, come si e’ detto questo e’ un territorio dove passava la strada di Francia e a difesa vennero costruite queste fortezze. Forte del Sape’, forte Pramand, Forte Fenil. SESTRIERE I comuni di Bardonecchia, Colomion. I comuni di Claviere, Cesana, Sansicario, Sauze d’oulx e Sestriere, Vialattea nel comprensorio piu’ grande d’ Europa hanno ospitato le olimpiadi di Torino 2006, un grande rilancio per la valle che ha visto coinvolti tutti i paesi in varie discipline. Lo stemma dei Giochi Invernali del 2006 rappresenta l’inconfondibile silhouette della Mole Antonelliana. Si trasforma in montagna, tra cristalli di ghiaccio, dove la neve bianca incontra il cielo azzurro.
- FORTE VARISELLO | itinerari valsusa
Forte Varisello Il forte Varisello (Fort de Variselle in francese ) è ora il più grande dei 3 forti del primo sbarramento del Moncenisio (forti Cassa , Varisello e Roncia ). Centro del comando della piazza, è sito sull’altura del Varisello ed è un’opera a pianta pentagonale a fossa a due piani e dotata di ordini di fuoco sovrapposti. Era servito dalla diramazione di 700 metri (Strada del forte Varisello) della strada militare che, partendo dalla borgata Gran Croce di Venaus , si inerpicava lungo le pendici del monte Varisello giungendo sino alla Batteria Pattacroce . Il forte venne costruito tra il 1877 ed il 1883 sulla cima del monte Varisello a pianta pentagonale con fossato di protezione e con le stesse dotazioni tecniche dei vicini forte Roncia e forte Cassa , ossia a due piani con ordini di fuoco sovrapposti. Il piano superiore era completamente casamattato e dotato di 2 cannoniere rivolte a nord, est e sud; non tutte queste casematte erano armate, in quanto i 7 cannoni 12 ARC Ret potevano essere spostati nella direzione di fuoco più necessaria al momento dell’utilizzo. I cannoni 12 ARC Ret erano rivolti verso settentrione e battevano tutta l’area del pianoro del Moncenisio compresa tra il colle stesso e l’ospizio (assieme agli armamenti dei forti Roncia e Cassa), mentre i cannoni 15 ARC Ret , rivolti verso occidente, coprivano la zona compresa tra l’Ospizio e l’imbocco della strada che conduceva al colle del Piccolo Moncenisio . Il piano inferiore vi erano 4 postazioni per gli mortai 15 Ret e file di feritoie per i fucilieri, posizionate in modo da coprire l’intero fossato. Erano poi presenti anche 3 casematte sul fronte di gola per coprire la zona attorno alla Gran Croce e due pilastrini su cui erano installate delle mitragliatrici per coprire lo spiazzo attorno al ponte levatoio d’ingresso. Vista la funzione di centro di comando della piazza, il forte era anche dotato di un grande deposito di munizioni per i 420 uomini di presidio dello stesso e per le fanterie mobili operanti nella zona; inoltre erano presenti anche l’infermeria, magazzini per i viveri e forni per la cottura del pane. Era altresì presente una stazione eliografica-ottica che metteva in comunicazione il forte con le altre opere della zona ed il Forte Pampalù di Susa ; vi erano anche dei proiettori elettrici che erano utilizzati per l’illuminazione notturna della zona del pianoro del Moncenisio , e tra il 12 ed il 17 luglio 1883 questi proiettori furono utilizzati per i primi esperimenti di illuminazione notturna di un campo operativo militare in Italia. Al forte si accedeva tramite un ponte levatoio posto sul fossato davanti al portale d’ingresso; l’avancorpo quadrato del blocco d’ingresso era affiancato da cannoniere in conci di pietra. Il muro di controscarpa segue il perimetro dell’intera opera, interrotto solo sul lato occidentale in seguito ai danni provocati dai cannoneggiamenti del 1909 – 1910 . Il cortile interno è occupato, al centro, dall’edificio rettangolare che ospitava gli alloggiamenti delle truppe ed i locali logistici: per accedervi si scendeva ad un piano inferiore del cortile tramite una rampa carrettabile. La caserma, su due piani ha il lato rivolto verso le casematte suddiviso in un piano terra con un ampio porticato ed il primo piano con un loggiato ad archi; la scala per salire al piano superiore è a metà dell’edificio, che all’interno è suddiviso in stanze e camerate. Le casematte del piano superiore del forte sono intercomunicanti tra loro tramite passaggi laterali ed hanno tutte delle pietre angolari a protezione dell’apertura delle cannoniere con, sul pavimento, l’alloggiamento del rocchio in ghisa del cannone. Le postazioni dell’ordine inferiore, invece, sono dotate di feritoie in fila per il posizionamento dei fucili. Le caponiere del fossato sono raggiungibili dalle casematte inferiori e, tramite quella posta nell’angolo sud-ovest, si può raggiungere la polveriera del forte, capace di 100 tonnellate di polvere da sparo , scavata in galleria sotto il piazzale antistante l’ingresso dell’opera. Verso la metà degli anni ottanta del XIX secolo venne realizzata la batteria esterna del Varisello, un’opera di appoggio al forte posizionata lungo la strada di accesso al medesimo: la Batteria era suddivisa in una sezione a valle composta da 2 postazioni a valle e 4 a monte, e tutte e 6 erano dotate di cannoni 15 GRC Ret in barbetta con i magazzini ed i locali di caricamento posizionati in galleria lungo la strada militare del Pattacroce . L’operatività del forte fu alquanto ridotta nel tempo: già nel primo decennio del Novecento venne parzialmente disarmato in quanto le sue strutture in muratura non erano adatte a resistere ai colpi delle granate torpedini ; venne utilizzato, tra il 1909 ed il 1910, come bersaglio per le prove di tiro di artiglieria dei nuovi cannoni 149 A e per valutare gli effetti dei nuovi proietti sulle murature in pietra. A seguito del bombardamento, il lato occidentale del forte subì gravi danni ed il crollo pressoché completo delle casematte: data la scarsa resistenza della tecnica costruttiva delle fortificazioni in pietrame ai nuovi tipi di armi da artiglieria, il 10 gennaio 1910 i forti Varisello, Roncia e Cassa del Moncenisio vennero radiati dal novero delle fortificazioni attive e furono utilizzati solo come magazzini ed alloggi per le truppe di stanza in zona.
- GALLERIA DEI SARACENI | itinerari valsusa
Galleria dei Saraceni Dopo aver lasciato la strada statale del Monginevro nei pressi di Pont Serrand, tra Exilles e Salbertrand , la strada giunge alla frazione di Fenil ove era ubicato il primo dei 4 forti collegati; dopo essere salita di quota e aver attraversato alcuni rii, la carrozzabile arriva al Colletto Pramand (2087 m s.l.m. ), ove si dipartiva la diramazione per il Forte Pramand (2162 m s.l.m. ), posto sopra l’abitato di Oulx . Oltre il colletto la strada proseguiva a mezza costa e, oltrepassato il monte Seguret , si giungeva al forte Föens , posto a difesa della conca di Bardonecchia, dopo un tragitto di 20 km caratterizzato da tornanti stretti (soprattutto nei primi 13 km di strada) e tratti in cui era frequente lo scarico di rocce e massi dai costoni rocciosi soprastanti la strada. A partire dal 1886 venne costruita una rotabile militare per unire tra di loro i forti della conca di Bardonecchia che stavano venendo alla luce in quel periodo, formando la piazza armata di Bardonecchia: i 4 forti che vennero collegati tra di loro erano il Forte Fenil , il Forte Pramand , il Forte Föens e, successivamente, anche il Forte Jafferau , e il loro compito, in caso di attacco militare da parte della Francia , era quello di difendere la conca di Bardonecchia e lo sbocco in Val di Susa della valle di Cesana . Nel 1925, in previsione del riutilizzo dei forti in seguito alla prima guerra mondiale , venne costruita, tra il chilometro 13 e il chilometro 15, una galleria per prevenire il costante crollo di massi sulla strada dalle pendici del Monte Seguret: la galleria, chiamata “Galleria Seguret” o “Galleria dei Saraceni” (dal nome delle grotte presenti sul monte Seguret) è lunga 876 metri , a forma di U e in fondo naturale, ma con alcuni tratti rivestiti. La larghezza della carreggiata era tale che era possibile solo il transito in una direzione per volta (per l’incrocio vi era uno slargo a circa metà galleria) e, sui muri, erano poste delle lanterne per l’illuminazione. I lavori di costruzione della galleria si protrassero per 4 anni, fino al 1929. Per il riarmo dei forti, a partire dal 1937 , vennero intrapresi lavori di miglioramento lungo tutta la strada, col rinforzo di muri di sostegno, la costruzione dei 2 ponti sul Rio Secco e sul Rio Geronde, l’istituzione di piazzole di scambio a distanze fisse e, per la galleria, la costruzione di canaletti di scolo posti sotto il fondo in cemento e l’allargamento per permettere il transito anche a mezzi pesanti. Questi lavori di ammodernamento durarono 2 anni per una spesa di 2.700.000 lire . Nel 1940 furono necessari nuovi lavori nella Galleria Seguret in quanto una grande frana portò via la strada nei pressi dell’imbocco meridionale: venne così scavata una breve variante che permette di raggiungere la galleria all’interno di un tunnel di raccordo (si costruì la stessa variante anche all’ingresso settentrionale, in caso di frana). La strada militare 79, in seguito alle opere di miglioramento che vennero fatte nel 1937-’38, venne classificata come “Carrellabile a semplice transito”, quindi con curve di raggio minimo 8 metri, pendenza non superiore al 12%, larghezza di 3 metri (anche se in certi punti poteva essere maggiore), piazzole lunghe 50 m. ogni 4 km. e, per alcuni tratti, la presenza della banchina. Ogni 500 metri era posta una pietra miliare per indicare il chilometraggio progressivo. Con circa 2000 m di dislivello complessivo è una delle strade a più alto dislivello in Italia e in Europa e la seconda carrozzabile più elevata d’Europa dopo il Colle del Sommeiller , sebbene non versi ovunque in perfette condizioni. Attualmente la strada è asfaltata nel tratto bivio SS 24 – Moncellier di Sopra e inizia circa 350 m dopo l’inizio originale in quanto, in seguito ad una frana staccatasi nel 1957, si sono utilizzati i primi metri della strada militare come sostituzione della statale franata. Dopo la chiesetta della frazione la strada diventa subito sterrata, ma in condizioni accettabili di percorribilità, con muretti ancora in piedi e buon drenaggio delle acque piovane. Oltrepassata la breve galleria “Chanteloube” (12 m., sotto l’omonimo rio) si arriva al colletto Pramand, alla cui sinistra (nei pressi della casermetta diroccata) si diparte la diramazione che giunge al Forte. Questo breve tratto di strada è in cattive condizioni, molto stretta e scavata dalle acque piovane; in alcuni tratti lo strapiombo sul sottostante paese di Oulx è assai evidente. Oltre il colletto Pramand la strada si sviluppa in un percorso senza tornanti e pressoché in piano si arriva a una breve galleria scavata nella roccia oltre la quale vi è la Galleria Seguret, il cui interno è al buio più completo e interamente ricoperto dall’acqua che filtra dal monte soprastante. Superata la galleria (chiusa al traffico nel luglio 2013, e riaperta nella primavera 2019) si giunge a un pianoro in cui vi è una caserma diroccata oltre la quale, dopo alcuni tornanti, si giunge al bivio per la diramazione per il Forte Jafferau . La strada principale prosegue in piano fino ad arrivare al bivio per la strada che, passando per la frazione Constans, scende a Savoulx , e giunge dopo poco al muro di cinta esterno del Forte Föens (2177 m s.l.m. ). E’ possibile in giornata effettuare un anello completo una volta raggiunto il FORTE JAFFERAU con una discesa molto tecnica e ripida soprattutto nel primo tratto su una traccia moderna lungo le piste da sci di Bardonecchia-Jafferau, non adatta a tutti i veicoli, tornare quindi a FORTE FOENS e ridiscendere dall’itinerario di salita riattraversando la galleria, oppure ridiscendere da uno sterrato che scende nel bosco dall’Alpe Roche su Savoulx, frazione di Oulx, e riconnettersi alla la Statale 335, In alternativa – anche a seconda del mezzo – è possibile raggiungere lo Jafferau e poi ridiscendere a questo incrocio e proseguire verso Bardonecchia via FORTE FOENS. La scelta è tecnica e/o legata al tempo a disposizione e al meteo. Linterno della Galleria dei Saraceni sulla Strada ex militare N° 79 del Pramand – Jafferau LA SALITA AL FORTE DELLO JAFFERAU Dall’incrocio situato a quota 2.316 metri si sale con pendenza moderata fino ad un tornante dove si gode un impressionante vista sulla strada proveniente dal Colletto Pramand e la strapiombante parete dove si aprono le Grotte dei Saraceni, poi si percorre un lungo e ripido tratto in costa ritornando verso ovest fino ad arrivare alla base del Col Basset- bivio Colletto Vin Vert. Si percorrono alcuni tornanti ravvicinati e percorre un lungo traversone verso est su pendi erbosi fino all’ultimo tornante a 180 gradi e con uno ripida salita si raggiunge il Col Basset (2.596m), sul crinale con la Val Fredda tra il Monte Vin Vert (2.711m) ad est e la Roche de l’Aigle (2.683m) ad ovest. Dal questo punto panoramico la strada continua nel versante della Valle Freadda dietro il costone roccioso esposto a nord dei Rochers de l’Aigle. Si passa la kilometrica 19 e attenzione perché in questo tratto in autunno o a inizio estate e in caso di nevicate estive si può trovare neve o ghiaccio: Si raggiunge così il colletto nei pressi del BARACCAMENTO COLLETTA JAFFERAU – una caserma che era in grado di ospitare fino a 200 uomini – da dove si gode di un panorama sulla Rognosa d’Ètiache e sulla parte terminale della STRADA DEL SOMMEILLER – proprio alla base delle rampe che portano al Forte, che ormai è ben visibile. Il fondo della strada in questo tratto è ormai costituito dalla massicciata fatta di pietre disposte a coltello nel terreno e la guida sugli ultimi 5 tornanti diventa molto tecnica. Quasi di colpo, dopo l’ultima rampa, si raggiunge il piccolo spiazzo sulla dorsale nord della cima. E’ possibile con prudenza arrivare alla spianata sommitale i resti del FORTE JAFFERAU a quota 2.805 m. Del forte vero e proprio – costruito tra il 1896 ed il 1898, sono ancora ben visibili le postazioni degli 8 cannoni posti sulla sommità del forte stesso con indicati gli angoli per il puntamento e e riservette sottostanti. Del muro di cinta rimane il portale d’ingresso dove c’era il ponte levatoio. Oggi che lo Chaberton è in Francia è la fortificazione militare più alta d’Italia, purtroppo bombardata e fatta saltare in ottemperanza al trattato di Parigi del 1947. Lo spettacolo in vetta è unico e nelle giornate più fredde di cielo terso spazia a 360° dal Monviso, al Pic de Rochebrune, alla Chaberton ai 4.000 francesi o ovviamente su tutta la conca di Bardonecchia. Gli ultimi tornanti per il Forte Jafferau e la Caserma Colletta Jafferau LA DISCESA DALLO JAFFERAU VERSO BARDONECCHIA Per la discesa si può optare per il rientro dalla strada di salita oppure imboccare la traccia carrabile che attraverso quelle che d’inverno sino le piste da sci e scendere verso BARDONECCHIA – BACINI FREGIUSIA. Il primo tratto fino all’arrivo della cabinovia è poco più di un tratturo, ripido e contropendente e va percorso con la massima prudenza anche da moto di tipo enduro. Una traccia a zig zag molto bruschi sotto la seggiovia Testa del Ban che scende sotto l’impianto di risalita. Il Forte da questo lato infatti era stato concepito come baluardo di sbarramento difensivo e quindi non era stata prevista una discesa, nemmeno con mulattiere. Via via che si scende le pendenze si fanno più abbordabili e la strada piega verso sinistra ed entra nel bosco di conifere, dopo essere passati e poi sotto l’arrivo della nuova seggiovia “6 Gigante” a 6 posti. Intorno ai 2.000 m. la strada quasi spiana, e si passa la zona degli alberghi Belvedere e Jafferau per raggiungere i Bacini Fregiusia a 1.900 metri dai quali inizia anche il percorso dell’ex ferrovia decauville. Una tratta di circa 8,5 kilometri in quota che univa con una ferrovia di servizio questa località alla DIGA DI ROCHEMOLLES realizzato negli anni negli anni ’30. Attenzione: questa tratta è vietata ai mezzi motorizzati! Poco dopo aver superato le condotte si può decidere di scendere direttamente a Bardonecchia, attraverso le belle borgate di Broue, Rochas, Cianfuran, poi le Gleise e infine dopo Millaures raggiungere il centro di Bardonecchia. Se in invece si sceglie di proseguire l’avventura tutta su sterrato continua! La discesa dallo Jafferau: la Seggiovia della Testa del Ban BACINI FREGIUSIA – FORTE FOENS – SAVOULX La localita’ Bacini deve il proprio nome a due grossi serbatoi idrici di alimentati dal lago formato dalla diga di Rochemolles attraverso una lunga galleria. Dal bacino partono poi due condotte forzate che alimentano la centrale di Bardonecchia, realizzata tra il 1918 ed il 1923 dalle Ferrovie dello Stato e poi ceduta all’Enel nel 1968. Dopo circa 100 se non si scende all’incrocio si risale a sinistra in direzione est. Per ripidi tornanti si risale di quota fino intorno ai 2.100 m di quota, poi la strada si fa falsopiano superato un vistoso fontanone, si attavrsa un fronte di frana contenuto da opere di ingegneria ambientale, proseguendo praticamente in piano si arriva all’ingresso del FORTE FOENS a quota 2.216. Anche questo forte venne realizzato a partire dal 1897-98,; è in una zona pianeggiante su un ed era completamente circondato da un muro difensivo. Il forte vero e proprio era un edificio a pianta rettangolare armato con 4 postazioni di mortaio 4 mortai su rivolti con la bocca di fuoco verso la conca di Bardonecchia. Ospitava anche poco distante 2 cannoni che erano puntati verso la Grand’Hoche e lo sbocco della Dora di Bardonecchia nella Dora Riparia nei pressi del comune di Oulx Dal Forte Si prosegue, in leggera salita, scorrendo i toccando i ruderi della stazione intermedia della teleferica Costans-Jafferau che serviva il forte dal fondovalle finche si arriva al bivio che scende per Savoulx. Anche qui la scelta sta al pilota: se si prosegue verso est dopo circa 3 kilometri si torna al bivio per lo Jafferau della strada ex militare n° 79 e si può scendere a valle ripercorrendo a ritroso la galleria e il percorso di salita. Oppure si svolta a destra e si affronta una ripida discesa di circa 1.000 metri di dislivello e quasi 13 kilometri per raggiungere l’asfalto presso la frazione Savoulx, a metà strada tra Oulx e Bardonecchia sulla Statale 335 e nei pressi dello svincolo autostradale della A32 del Frejus. E’ una strada consortile realizzata negli anni del secondo dopoguerra. Prima di entrare in uno dei più boschi di larici della Valle di Susa, fiammante di colori in autunno, si raggiungo la Cappella della Madonna delle Nevi e l’alpeggio Roche a quota 1.900 metri circa. Poi dopo un lungo traverso la strada sterra inanella 17 tornanti sempre stretti sino a infilarsi nell’abitato di Savoulx dove si ritrova l’asfalto.
- VIE FERRATE | itinerari valsusa
VIE FERRATE TIBETAN BRIDGE https://www.pontetibetano.net/ The longest Tibetan Bridge in the world suspended in the void for 468 meters. The Cesana Claviere Tibetan Bridge is the longest suspension bridge in the world, 544 meters, at a height of about 30 meters from the ground. The path that crosses the Gorge of San Gervasio consists of the succession of three cable bridges. The route begins with the first bridge (70 m) that crosses the Gorgia perpendicular to its course, and then joins on the main deck, which from this point onwards it follows the course of the San Gervasio Gorges in a longitudinal direction at a height of 30 meters. At the end of the second bridge, a path leads to the third and last bridge, 90 meters long and 90 meters high from the ground. Average travel time 1.30 h As an alternative to the path it is possible to reach the third bridge along the via ferrata. Average travel time 2.30 h. For information +39 337 219600 Historical Notes – The practice of equipping the most challenging and risky sections of the ascent routes temporarily or permanently in the mountains it is at least as old as mountaineering itself. Since ancient times, the man who lived and ate in the mountains has learned to lay stairs, pieces of rope, or create steps in the rock, in order to to facilitate access to places of vital importance such as streams and wells i from which to draw water, terraces on which to cultivate, caves where it was possible to find shelter or extract raw materials ... .._ cc781905-5cde-3194-bb3b-136bad5cf58d_ to arrive in time more recent, where the mountaineers who guided the pilgrims, the merchants, and later also the tourists, through the Alpine passes, came to build entire routes, with ropes and steps to simplify their transit. With the First World War, in fact, the construction of railways routes for sporting tourism purposes was interrupted, but many paths and difficult passages, especially in the area of the Dolomites they have been equipped as paths on the war front, to allow the Alpine troops to carry out their usual movements with less risk and greater speed in the transport of armaments. Albeit to a much lesser extent, a similar situation it met again on the western, Franco-Italian front in the Second World War. After the seventies, the newfound economic well-being and the increase in alpine tourism led to the development of equipped routes especially in the Dolomites, with ends not only for climbing to the peaks, but also for traverses that are particularly interesting for history, nature, landscapes. A further development in recent years has seen via ferratas become sporting routes, without the need to be in the high mountains, with the preponderance of the athletic gesture over the ascension. Vie Ferrate in the Susa Valley – Although in the Italian western Alps, the diffusion of Vie Ferrate in the valleys is not widespread, the Susa valley it has at least seven, which have been built or rebuilt and are still maintained. This demonstrates how some municipalities have received the message that comes from beyond the Alps, where the proliferation of this kind of itineraries is overcoming every imaginable limit, where every country wants to have its via ferrata. Like the Dolomites, the Susa valley also has an itinerary created on the remains of a track created for war purposes, the "Via degliAlpini" on Mount Charrà, also the Susa valley can boast of an itinerary that in addition to being sporty leads us to travel through history, climbing Mount Pirchiriano on whose summit we find The Abbey of the Sacra di San Michele dating back to the 10th century, or, a mainly landscape route aimed at discovery of a wild and otherwise inaccessible place, where we can see a very particular vegetation "The Gorge della Dora Riparia", and also an itinerary exclusively sporty with different tracks of different length and commitment to satisfy the neophyte, the expert, and even the children, the "Ferrata del Ruoas", then again a couple of itineraries inserted within as many protected oases, which develop along the two main ravines of the Valle Foresto and Chianocco, a long and difficult itinerary suitable for periods of intense heat, the Via Ferrata of the Rocca Clarì ....... Altox article mentioned under the link: http://www.altox.it/ValsusaFerrate/a-ferratevalsusa.htm CONNECTIONS - LINKS HORRID OF CHIANOCCO VIA FERRATA DI CAPRIE MOUNT CHABERTON MT 3131 VIA FERRATE DELLA RUCEIA VIA FERRATA CARLO GIORDA SAN MICHELE HIGH BATTERY CHABERTON VIA FERRATA HORRID OF FOREST GORGE SAN GERVASIO CLAVIERE ROCCA CLARI CESANA CLAVIERE VIA FERRATA GORGE DELLA DORA RIPARIA GIAGLIONE VIA FERRATA DEL ROUAS BARDONECCHIA Essential material: Climbing harness Climbing helmet Energy absorber with 2 dynamic lanyards N ° 2 standard carabiners for via ferrata and connector with harness. Safety rules: 1 - It is essential to have a minimum of experience in the mountains or in climbing, before venturing on the via ferrata. 2 - Stay spaced out in steep sections, not be more than two people on the cable between two anchors except in the progression tied in a rope. 3 - Do not abandon the aided itinerary, follow the connecting and descent paths respecting the direction of travel. 4 - Do not travel the via ferrata in unfavorable weather conditions (rain, snow, ice, stormy situations; etc ....). 5 - At no point along the route must the carabiners connecting the mountaineer to the cable be released at the same time from the aforementioned cable. 6 - Respect the environment, do not go off the paths, and do not drop stones. 7 - Minors must be tied up in a roped party and accompanied by a responsible adult. ALTOX REFERENCE SITE CAUTION AND RESPECT FOR THE MOUNTAIN. ALWAYS. LINK
- RIFUGI | itinerari valsusa
POSSIBLE ERRORS IN THE PHONE NUMBERS OR ADDED REFUGEES SEND EMAIL TO: itinerarivalsusa@gmail.com IL TRUC REFUGE - MONPANTERO / SUSA Tel 0122 32963 - Cell 3498053424 Mail: 2013@rifugiotruc.it Website: http://www.rifugiotruc.it/ AMPRIMO REFUGE - BUSSOLENO Tel +39 3466269405 - 0122 49353 Mail: refugeamprimo@gmail.com Website: https://www.rifugioamprimo.com/ REFUGE ARLAUD - SALBERTRAND Cell: 39335401624 Mail. info@rifugioarlaud.it Fontana del Thures refuge - Cesana Torinese Phone: +39 0122 845156 Mail: fontanadelthures@gmai.com Website: http://www.rifugiothures.it/ VAL GRAVIO REFUGE - SAN GIORIO DI SUSA Tel: +39 011 9646364 /0122456321 – cell: 3338454390 Mail: custodi@rifugiovalgravio.it REFUGE LA CHRDOUSE - OULX Cell +39 339 6085107 +39 338 9343937 Mail: info@rifugiolachardouse.it Website: http://www.rifugiolachardouse.it/ RIPOSA REFUGE TEL: 0122 675173 Cell: +39 338 6118021 Mail: Site: LEVI MOLINARI REFUGE - EXILLES Tel: +39 011 9632151 +39 0122 58241 Mail: info@rifugiolevimolinari.it Website: http://www.rifugiolevimolinari.it/ RIFUGIO CAPANNA MAUTINO - CESANA Cell: +39 347 3654510 Mail: info@capannamautino.it Website: https://www.capannamautino.it/ GUIDO REY REFUGE - OULX Tel: +39 0122 831390 Cell: 345 8678211 Mail: inforifugioguidorey@gmail.com Site: RIFUGIO SCARFIOTTI - BARDONECCHIA Tel: (+39) 0122 901892 - Cell: (+39) 349 0093144 Mail: info@rifugioscarfiotti.com Website: http://www.rifugioscarfiotti.com/ RIFUGIO LA TOESCA - BUSSOLENO Tel: 0122 49 526 Cell: 3462247806 Mail: refugeiotoesca@gmail.com Site: VACCARONE REFUGE - GIAGLIONE Tel: +39 0122 33 226 Cell:+39 347 9657918 Mail: custodi@rifugiovaccarone.eu MOUNTAIN REFUGES
- LEGGENDE | itinerari valsusa
LEGGENDE Le leggende Alda La via Michelita Gli Angeli Lo scalone dei morti Il monte Musinè Cinque motivi per visitare la Sacra di San Michele La linea di San Michele Come Arrivo alla Sacra di San Michele Audioguida Video La Sacra di San Michele Alda La prima è quella più nota delle leggende è quella legata ad una fanciulla di nome Alda, una ragazza molto carina che sfuggì all’assalto dei soldati di Federico Barbarossa durante un tentativo di rapirla mentre lei saliva al monastero. La ragazza, pia e devota, si divincolò correndo verso la torre del tempio pregando gli Angeli e la Madonna che l’aiutassero. Si buttò nel vuoto, ma il suo appello venne accolto, così lei si salvò atterrando sana e salva. Dopo quell’episodio, sentendosi immortale, e in preda alla superbia, raccontò quanto successo, convinta che potesse rifare quel gesto ogni volta che ne avesse avuta voglia. Nessuno ci credeva, ma lei tornò sulla torre e si gettò nel vuoto. Morì sfracellandosi al suolo. Un detto locale dice che il pezzo più grande che ritrovarono di lei fu l’orecchio! Sacra di San Michele, Torre bell’Alda – Turista a due passi da casa Di quella torre oggi restano solo le rovine che vengono tuttora ricordati come Torre della bell’Alda. La via Michelita Anche le origini del santuario sono avvolte dalla leggenda. Come quella nota della Via Angelica detta anche Via Michelita. Si tratta del percorso medievale fatto dai pellegrini che percorrevano una ipotetica linea tra le Basiliche di Mont Saint Michel in Normandia e quella di Monte Sant’Angelo in Puglia. Tra le due, esattamente alla metà del cammino, si trova la Sacra di San Michele. Dista infatti 1000 Km dall’abbazia francese e altrettanti da quella pugliese. Narra la leggenda che questa via fu tracciata da una spada: quella di San Michele in lotta col demonio. A testimonianza ci sarebbe una fenditura che collega le tre basiliche a lui dedicate. Gli Angeli Sacra di San Michele – Turista a due passi da casa Un’altra storia fantastica legata alla Sacra torinese è quella che vuole la nascita della basilica dopo l’apparizione di alcuni Angeli. San Giovanni Vincenzo nel X secolo voleva costruire un’abbazia sul Monte Caprasio, ma le pietre che lui posava di giorno… sparivano la notte. Preso dal dubbio dei furti, una notte rimase sveglio e, con stupore vide apparire dal buio alcuni angeli, che prelevati i massi, li depositavano sul monte Pirchiriano. San Giovanni decise di abbandonare la costruzione nel luogo prescelto per quello indicato dagli Angeli. Da quel giorno i lavori non si interruppero più. Questa leggenda ricorda una simile che riguarda il Monastero di Hosoviotissa sull’isola di Amorgos, in Grecia. In questo caso, sarebbero spariti gli attrezzi da lavoro al capo del cantiere. Un giorno li trovò sulla roccia. Decise di costruire il Monastero proprio in quel punto. Tornando alla leggenda sulla Sacra di san Michele, si dice anche che lo scrittore Umberto Eco, abbia preso ispirazione da questo monumento per scrivere il suo capolavoro “Il nome della rosa”. Lo scalone dei morti Legato allo “Scalone” oggi conosciuto come Scalone dei Morti e che un tempo pare fosse nominato lo “Scalone dei Sorci” è la storia del vecchio sacrestano. Ogni sera era solito chiudere la porta d’ingresso per nulla intimorito dalla presenza degli scheletri e dai pipistrelli che volteggiavano tra i gradini e le nicchie. In una sera tempestosa, mentre saliva le scale, una folata di vento gli spense la torcia. Impaurito, l’uomo cominciò a cercare i gradini e un appoggio per salire il più in fretta possibile i gradini, ma un’altra folata di vento gli chiuse la porta. Nel buio più totale sentì lo sfregamento di ossa sulla pietra. Terrorizzato cominciò ad urlare, affinché l’Abate, che si era tardato nelle preghiere, andò in suo soccorso. Quando lo trovò, il sacrestano raccontò di uno scheletro che si muoveva sullo scalone. Si fece coraggio e si avvicinò con la torcia a quello che sembrava un morto vivente, in realtà era solo un topo che si era intrufolato nel teschio. Il roditore si era spaventato per i rumori e correndo via, fece rotolare il teschio per lo scalone. Il monte Musinè Infine c’è una leggenda che riguarda il Monte Musinè, una montagna vicina alla Sacra, e alla consacrazione della Chiesa. Tutto riporta al Vescovo Amicone che andò a consacrare il tempio sul monte Pirichiano, di fronte al Musinè. Quella notte gli abitanti della valle assistettero ad uno spettacolo misterioso: videro nel cielo scie di fuoco che illuminarono la chiesa, dando l’idea di un incendio. La chiesa di San Michele è costruita sul Monte Pirichiano, derivazione di Porcarianus o monte dei Porci, mentre Musinè è un termine dialettale piemontese e significa “asinello”. Il bene di fronte al male, il drago di fronte a San Michele. Può essere questa l’interpretazione di questa leggenda. La Sacra di San Michele si trova a Sant’Ambrogio di Torino, all’inizio della Val di Susa. https://touristainitalia.com/2022/09/05/sacra-di-san-michele-misteri-e-leggende/
- COLOMBANO ROMEAN | itinerari valsusa
Colombano Romean: l’uomo che scavò – da solo – un Traforo Alpino by GIAN MARIO MOLLAR Da queste parti lo chiamano semplicemente “il pertüs”, il buco. A prima vista, sembra soltanto una macchia d’ombra sul fianco della montagna di Chiomonte, una piccola breccia scura tra i colori autunnali che tingono i prati e i larici. Poco sopra, sulla destra, si stagliano contro il cielo i quattro torrioni calcarei della cima dei Quattro Denti, chiamata così, si dice, per commemorare la scarsa dentatura di un prevosto locale del 1400, Giovanni di Bigot. Più oltre, il profilo grigio del monte Rocciamelone, acuminato come una zanna. Il fondovalle è cancellato da una coltre di nebbia. Colombano Romean: l’uomo che scavò – da solo – un Traforo Alpino – Vanilla Magazine In un paesaggio così maestoso, il traforo che Colombano Romean scavò cinquecento anni fa sembra quasi un dettaglio insignificante, eppure quel “buco” a duemila metri di altitudine è una testimonianza storica di grande valore, una storia da raccontare. La targa di bronzo al suo ingresso la riassume brevemente, non senza un tocco di solennità: “Colombano Romean chiomontese, sul principio del secolo XVI ideò e solo compì in VIII anni questo traforo, pel quale conducendo a Chiomonte e ad Exilles le acque di Touilles, queste balze sterili e deserte in contrada fertile trasformava”. La storia del “Pertus” è tutta racchiusa in questa scarna lapide: eADV Un buco nella montagna, fatto da un uomo solo per otto lunghi anni, dal 1526 al 1533 Colombano era nato in Val di Susa, nella frazione Ramats, proprio ai piedi del luogo in cui sorge il traforo, ma trascorse buona parte della sua vita come minatore nelle miniere della vicina Provenza. Tornato nella valle, quando ormai aveva più di cinquant’anni, gli venne offerta la possibilità di compiere un’opera ritenuta all’epoca quasi impossibile: Perforare la montagna, per portare l’acqua del torrente Touilles dal versante opposto della Val Clarea nei pascoli aridi, esposti a meridione, della Val di Susa In precedenza, l’impresa era già stata tentata da altri, ma la difficoltà di perforare la dura roccia calcarea aveva fatto sì che venisse ben presto abbandonata. “Lei deve sapere che farmi avanti quando tutti si fanno indietro a me è sempre piaciuto, e mi piace ancora”. Le parole sono tratte da “La chiave a stella” di Primo Levi, ma si adattano bene al personaggio – o almeno a come ci piace immaginarlo. Di fatto, quello intrapreso e portato a termine da Romean non è il primo traforo alpino mai compiuto. Il primato spetta infatti al cosiddetto “Buco di Viso”, scavato tra il 1479 e il 1480 per mettere in comunicazione la regione francese del Queyras con la confinante Val Po. Le due opere, tuttavia, sono profondamente diverse, sia per la funzione – il buco di Viso serviva a consentire il passaggio di persone e il trasporto di merci, per questo viene anche detto “Galleria del Sale”, mentre quello di Romean è un’opera idraulica – che per la lunghezza: se il primo è lungo “soltanto” 75 metri, quello scavato da Colombano si protrae per quasi mezzo chilometro, 433,20 metri. eADV I dettagli ci vengono raccontati in quattro atti notarili, rinvenuti presso una famiglia del villaggio sottostante e successivamente pubblicati e tradotti, nel 1879, da Felice Chiapusso. Nel più significativo, intitolato “Conventio facture aqueducti de Tulliis inter habitantes de Celsis et Ramatis cum Columbano Romeani”, si incarica il minatore di scegliere tra due possibilità: riprendere l’opera già iniziata oppure di iniziare un nuovo traforo. Colombano sceglierà di continuare il primo traforo. Siccome l’opera viene commissionata tanto dagli abitanti della Ramats che da quelli del paese sul versante opposto, Cels, entrambe le parti si impegnano a fornire tanto il vitto per il lavoratore (vino e segale) quanto gli strumenti per compiere l’opera, ovvero martelli, picconi e scalpelli. Oltre a ciò, i committenti erano tenuti a fornire anche una baracca, una botte e l’olio necessario per l’illuminazione della galleria. Nella baracca, costruita all’imbocco della galleria, c’era una botte per il vino e una madia per contenere il pane. Se Colombano avesse avuto bisogno di un aiutante, le quantità stabilite sarebbero state raddoppiate, ma se avesse deciso di assumerne un terzo, quest’ultimo sarebbe stato a sue spese. In ogni caso, Colombano farà tutto da solo, con il solo aiuto di un mulo, per trasportare le macerie, e di un cane, che – si dice – veniva spedito a valle con una sorta di basto per risparmiare al padrone il tempo di scendere per i rifornimenti. eADV Nell’atto notarile, redatto dal notaio di Chiomonte Jean Rostollan, si fissa anche il compenso: “cinque fiorini di moneta corrente ciascuno dei quali vale dodici soldi, per ogni tesa (circa due metri) di detto acquedotto”. Ma se l’opera non dovesse venire portata a termine, Colombano dovrà pagare un’ammenda superiore, di otto fiorini per ogni tesa già pagata e di ben venti fiorini per ogni tesa ancora da scavare. Data l’altitudine – siamo a 2019 metri sul livello del mare – il minatore è costretto a interrompere ogni anno gli scavi durante i rigori dell’inverno, per riprenderli poi la primavera successiva. È ancora oggetto di dibattito se gli scavi siano iniziati dalla Val Susa o dall’altro versante della montagna. In ogni caso, è difficile immaginare la fatica che ha dovuto affrontare quest’uomo per scavare un cunicolo lungo mezzo chilometro, alto in media due metri e largo ottanta centimetri nel duro calcare. Per comprendere meglio, bisogna camminare in quel cunicolo, in una tenebra profonda, tanto lunga da sembrare quasi infinita, in cui ogni scanalatura nella roccia è il ricordo di un antico colpo di piccone o scalpello: un’impresa davvero titanica, per un uomo solo. eADV Si stima che avanzasse di circa venti centimetri al giorno, utilizzando come segnali per la direzione dei lumini allineati, dei quali, ancora oggi, si scorgono le nicchie lungo la galleria. Si dice che l’urina del mulo gli servisse per stabilire quale fosse la giusta pendenza del cunicolo per far colare l’acqua. A circa un terzo del cunicolo c’è uno sbalzo di più di mezzo metro, segno probabilmente di un errore di calcolo per far combaciare i due rami della galleria. In un cunicolo così stretto e profondo, l’aerazione naturale non è sufficiente: Colombano dovette servirsi di un mantice per immettere aria nel buco, probabilmente azionato con la forza idraulica del corso d’acqua. In otto anni di solitudine e sacrificio, Colombano compì l’opera, con maestria e cura esemplare, tanto da sopravvivere a quasi cinque secoli – fatta eccezione per pochi restauri. “L’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”: le parole sono di nuovo di Primo Levi, ma Colombano doveva certamente conoscerne il significato più profondo. È proprio a questo punto che la storia sconfina nel mistero: si racconta che, una volta terminato il lavoro, Colombano sia scomparso nel nulla. La leggenda vuole che i valligiani, una volta resisi conto di dover pagare una piccola fortuna al minatore, preferirono assassinarlo. “La canzone di Colombano”, un bel romanzo giallo di Alessandro Perissinotto, sviluppa queste suggestioni dando vita a un intrigo avvincente tra storia e finzione. Secondo altre fonti, invece, Colombano venne infine pagato, e ad ucciderlo sarebbero stati i bagordi e le gran bevute per festeggiare il compimento della sua opera. Non ci è dato sapere con certezza come siano andate davvero le cose, ma ci auguriamo per lui che la seconda versione sia quella veritiera. eADV Per chi volesse vedere il Pertus e fare esperienza di questo angolo poco noto del Piemonte, il consiglio è di andare nel mese di settembre, quando la portata d’acqua è inferiore ed è più facile addentrarsi nella Galleria. Sono necessari, in ogni caso, stivali di gomma, buone torce e abiti impermeabili e spessi. Il punto di partenza per la camminata è la Ramats, frazione di Chiomonte. Di lì, si arriva al Pertus con una camminata di circa due ore e mezza e quasi mille metri di dislivello – durante i quali potrete comprendere perché il torrente Touilles si chiama anche “Tiraculo”. Il cunicolo si percorre agevolmente, anche se in alcuni punti – soprattutto all’inizio – è necessario procedere accovacciati. Quando siete dentro, prendetevi il tempo di analizzare le pareti, perché, oltre ai graffi del piccone di Romean, potrete trovare delle altre sorprese: oltre alle nicchie per ospitare le lucerne, ci sono qua e là dei basso-rilievi che riproducono dei volti e delle croci, ma per rilevarli dovrete fare attenzione. Una volta tornati alla luce del sole, dopo un percorso buio e un po’ claustrofobico che sembra non finire mai, vi aspettano i prati e i cieli da sogno dell’altra vallata, dai quali potrete raggiungere le sagome inconfondibili dei Quattro Denti (che in realtà sono ben di più) e tornare, con un percorso ad anello, all’ingresso della galleria. COLOMBANO ROMEAN
- PASSEGGIATE | itinerari valsusa
PASSEGGIATE/ESCURSIONI IN CONTACT WITH NATURE For lovers of excursions I will put the pages of the dedicated sites. Routes, times, difficulties for a safe walk / excursion please remember that the mountains must be respected, so wear shoes and clothing suitable, do not leave the indicated paths. A supply of water and something to eat, just in case on the way there are no sources of water, do not leave rubbish n round that could be ingested by forest animals. Love and respect nature .http://www.zannoni.to.it/vallesusa/ hikes. https://www.parchialpicozie.it/page/view/ecomuseo-colombano-romean/ GREAT PERTUS COLOMBANO ROMEAN The Gran Pertus or Pertus (Piedmontese for big hole and hole) it's a gallery artificial 433 meters long excavated in the mountain of Exilles , in Val di Susa , between il 1526 e il 1533 da Colombano Romean . The Pertus pierces the mountain between 2020 and 2050 meters above sea level e fu built to convey in Val di Susa the waters of the nearby Val Clarea . It still is working and used for the irrigation of the fields and meadows of the villages by Cels and Ramats. Between August and October, in the less important months, the canal is traversable on foot with the aid of suitable torches, equipment and clothing . Colombano Romean, to dig into the right direction, created shelves on which he rested candles in a row, to see if the excavation proceeded in the desired direction . The Pertus is located near the top of the Four Teeth of Chiomonte. It can be reached from the hamlet of Ramats, along the dirt road up to the grange Rigaud (altitude 1450 masl) and from there following the path for the summit of the Quattro Denti. It is also accessible from Exilles through the hamlet of Cels, along the dirt road up to Grange Ambournet and then on foot along the path to the top of the four teeth. Travel time: h. About 2.30 / 3 on foot from the hamlet Ramats or Cels The visit of the Pertus is recommended in the period autumn, when the water flow is limited. For the visit it is necessary to have a torch (preferably a front one) and wear a clothing that does not suffer from mud or dragging on the rocks. https://www.valdisusaturismo.it/escursioni-trekking/ Escuersioni. MONTE NIBLE ' http://www.altox.it/ValsusaAlpinismo/nible.htm Nible '. Niblè / Ferrand Height: m. 3,365 / 3345 Difference in height from the Refuge: m. 1785 Difficulty: F + Time needed: 5 hours Recommended period: Recommended equipment: ice ax and crampons other excursions Certainly one of the most demanding excursions in the basin. The Niblè glacier on the French cards is called Pointe de Ferrand, while the tip Ferrand is called Pointe Niblè and also the odds are reversed. Its name (in patois neble) means fog or cloud. On the summit of Niblè there is a cross and from its top the view on a beautiful day goes from the Vanoise al Rocciamelone, from Assietta to Chaberton, from the distant Des Ecrins group to the nearby Galambra glaciers and the Fourneaux and the Sommeiller. The summit was reached in 1873 by the famous WAB Coolidge who to his surprise found a little man of a climber remained unknown. From the parking area, passing the barrier, it is necessary to continue on the dirt road that soon becomes a path going up the valley in the direction of the hill that opens in front (Col d'Ambin). It is therefore necessary to go up the valley keeping to the orographic left. Crossed the Pian delle Marmotte continue along the slope southern Colle d'Ambin with steep hairpin bends up to 2,700 m. At this point we leave the trace of the path which leads to the real Colle d'Ambin and instead turns right to reach a detrital channel which leads to another carving - the Colle d'Ambin Est (m. 2921.) near which it is located the Bivouac W. Blais (3 hours) This part along the gully, despite being a good one path, if still covered with snow, requires caution as it is very steep. From the Colle follow the OSO crest, detrital and with traces of path, until you get to an obvious vertical jump. Moving to the left, on the French side, you can board the glacier Ferrand, which you climb until it becomes comfortable to return to the ridge. Continue for the latter, consisting of debris and rocks, without encountering difficulty up to the summit of Niblè (1.30 hour). If desired, it is possible to continue up to Punta Ferrand: the itinerary (F +) goes down to the col at an altitude of 3,295, bypassing two isolated towers on the Glacier du Ferrand. From the collar you go up then the southwest ridge up to the summit of Punta Ferrand m. 3348 (0.45 hours) Depending on the snow cover you have to evaluate whether to go up directly on the glacier or to keep to the right of the glacier continuing on the debris. Descent: along the ascent route or by crossing (5 hours). Descend the glacier moving gradually to the right up to a spur of rock that descends from the Ferrand peak pass it and aim to the Colle Sud dell'Agnello (3,090 m) from here first through a gully of debris e then by tracks of path up to the Vaccarone Refuge (m. 2741) From Vaccarone there is a good path almost flat, towards the south, which skirting the base the east side of Punta Ferrand and Monte Niblè leads us to the Clopaca pass (2,750 m). From here a winding path, first on steep meadows and then in the woods, brings us back to the parking lots near the Levi-Molinari Refuge. http://www.rifugiolevimolinari.it/senza-categoria/monte-nible.html refuge. MOUNT THABOR Connect to these hiking sites in Valsusa: Also called Mount Tabor) is a mountain delle Cottian Alps . The mountain is in the territory French since 1947 and is located between the municipality of Valmeinier southwest of Modane , in the department of the Savoy and the municipality of Névache in the department of High Alps . You can climb to the top starting from Narrow Valley e passing dal Terzo Alpini Refuge , and Rifugio Re Magi near which it is possible leave the car. Continue along the dirt road until to the Piano della Fonderia and from here proceed to the left always following the dirt road to the old Banchet iron mines. After the mine, with a short climb you reach 2,200 meters above sea level at the Planche bridge, then after crossing the stream, go up along Vallone del Desinare located at the base of the Grand Seru . The path follows the left bank of a small stream for a while cross after arriving to a plateau;, from here you proceed on a stony path in a series of coils that make you catch share quickly and then on plateaus, in the direction of the Chapel of Our Lady of the Seven Sorrows, now clearly visible, placed in proximity to the summit of Mount Thabor at 3.178 meters above sea level www.zannoni.to.it/valsusa/ Excursions and walks | Valsusa laboratory Giro del Lago del Moncenisio Al confine fra Italia e Francia si trova invece il Lago del Moncenisio. Adoro questo posto perché è ricco di tantissimi sentieri e percorsi che si diramano lungo diverse direzioni e si inerpicano lungo la montagna. Tutti ben chiari e segnalati, la maggior parte degli itinerari sono semplici e possono essere affrontati da chiunque. Questo lago in realtà non è di origine naturale, ma è stato realizzato in seguito alla creazione di una diga. Sotto le sue acque incontaminate, un tempo sorgeva un piccolo paese in pietra che è poi stato abbandonato. Oggi, quando il livello del lago è più basso, si può ancora vedere la punta del campanile della chiesa che vi fuoriesce. Uno dei percorsi più bello che ho fatto del Moncenisio è quello che parte dalla vecchia dogana francese. Potrai riconoscerla facilmente in quanto si tratta di un grosso edificio realizzato interamente in legno che si trova a sinistra salendo dall’Italia in direzione della Francia. Lascia la macchina nel piazzale posto dietro alla struttura e da lì imbocca la prima strada asfaltata che costeggia il piccolo paese in pietra ormai abbandonato. Escluso il tratto iniziale un po’ più ripido, il resto della passeggiata sale dolcemente lungo i pendii della montagna. Continuando lungo il sentiero principale, ben indicato da cartelli e segnali, raggiungerai il primo di uno dei tanti forti abbandonati che venivano costruiti per difendere e presidiare i territori dei due Paesi. Oggi molti di questi fortini sono stati lasciati a loro stessi e, con il passare del tempo, sono in parte o del tutto crollati. Altri invece possono essere visitati facendo però molta attenzione in quanto non sono presidiati. Continuando lungo il sentiero principale, dopo circa un’ora e mezza di cammino, potrai raggiungere un piccolo lago. Da questo sentiero è possibile ridiscendere e costeggiare la diga. Grazie ad una strada costruita proprio al di sopra di essa potrai passeggiare osservando dall’alto il panorama circostante. È facile imbattersi in gruppi di ragazzi che si lanciano dai pendii delle montagne con il paracadute. Dall’alto della diga, si può discendere lungo la parte bassa della montagna fino a raggiungere il pelo dell’acqua. Continuando in direzione della Francia, si può infine raggiungere il Piccolo Moncenisio. Durata del percorso: 4 ore circa. Il Sentiero Balcone in Val di Susa, il trekking più bello del Piemonte Il Sentiero Balcone è un percorso di 10 tappe e 250 km in Val di Susa, un trekking bellissimo nella natura selvaggia del Piemonte. Il Sentiero Balcone è uno dei più bei percorsi di trekking in Piemonte, nella Val di Susa. L’itinerario a piedi si snoda in 10 tappe, per un totale di 250 km, con prevedono passaggi lunghi e a volte impegnativi, per questo è adatto a escursionisti allenati e con tutta l’attrezzatura del caso. Mappa alla mano, si attraversano borghi delle Alpi piemontesi, si può dormire nei rifugi, esplorando l’alta Val di Susa, un territorio spesso incontaminato e selvaggio. Le 10 tappe del percorso possono essere fatte singolarmente, o unite in un lungo trekking, che prevede anche giornate da 9 ore di cammino e dislivelli impegnativi. I centri chiave sono Susa (punto di partenza e di arrivo), Sauze d’Oulx e Bardonecchia. Ecco un po’ di informazioni sul Sentiero Balcone. Il percorso del Sentiero Balcone Il Sentiero Balcone è un percorso di trekking in 10 tappe. È un itinerario escursionistico composto da sentieri antichi, mulattiere e strade di montagna. Questi sentieri, che erano stati abbandonati, sono stati recuperati dalla Comunità Montana Valle Susa e Sangone con un progetto che è durato dal 2007 al 2013; lo scopo è far diventare il Sentiero un motore per tuta l’Alta Valle. Si tratta di un anello escursionistico che parte e arriva a Susa ed ora è possibile percorrerlo tutto. Non c’è un senso di marcia consigliato: lungo l’itinerario ci sono i punti di ristoro, agriturismo, bivacchi e rifugi con buona frequenza e ci si può organizzare a seconda delle proprie esigenze. L’itinerario attraversa 14 comuni dell’Alta Valle Susa, con dislivelli che variano da 65 a 1300 metri, per un totale di oltre 7 mila metri di dislivello. In quota si trovano rifugi alpini. La copertura GSM è quasi totale. Le 10 tappe del Sentiero Balcone Le 10 tappe hanno distanze variabili, per u totale di 250 km. Le tappe. 1 – da Giaglione (Susa) a Cels (Exilles): 15,5 km, 4 ore 2 – da Cels (Exilles) a Salbertrand: 8,8 km, 2 ore e 30’ 3 – da Salbertrand a Jaffreau (Bardonecchia): 21,8 km, 5 ore e 30’ 4 – dallo Jaffreau al Borgo Vecchio di Bardonecchia: 20,3 km, 8 ore e 30’ 5 – da Bardonecchia a Chateau Beaulard: 19 km, 8 ore e 30’ 6 – da Chateau Beaulard a Cesana Torinese: 16,8 km, 5 ore 7 – da Cesana Torinese a Sauze di Cesana: 31,4 km, 9 ore 8 – da Sauze di Cesana a Pian della Rocca: 16,6 km, 6 ore 9 – da Pian della Rocca alla Testa dell’Assietta: 10,5 km, 3 ore 10 – dalla Testa dell’Assietta a Meana di Susa: 22,5 km, 6 ore e 30’ Sentiero Balcone, l’itinerario a piedi Il punto di partenza è Susa. È una meta raggiungibile in treno, così come Oulx, Bardonecchia e Torino. In sintesi da Susa (Giaglione) si imbocca la Val Clarea, poi si percorre il versante sinistro della Dora Riparia toccando i borghi di Exilles e Salbertrand, per giungere ad Oulx. Si sale poi in quota fino ai Bacini dello Jafferau; qui parte una tappa impegnativa per l’alpeggio di Pian delle Stelle attraverso il Passo di Rocce Verdi. Si scende a Bardonecchia e si sale poi verso il Colomion; giù al Rifugio Rey e Chateau Beaulard, con arrivo a Cesana Torinese. La tappa successiva porta a Claviere, la Val Gimont, discesa a Chabaud, Rhuilles e Thures in Val Thuras, attraversando i lariceti. Quindi si risale a Champlas du Col e a Sestriere, verso il comprensorio sciistico della Via Lattea; sin prosegue per Sauze d’Oulx e si entra nel Parco del Gran Bosco di Salbertrand, per raggiungere lo spartiacque tra la Val di Susa e la Val Chisone. Per il tratto finale si percorrono le antiche strade militari dall’Assietta verso il Colle delle Finestre per ridiscendere infine a Susa. Qui puoi scaricare il tracciato del sentiero balcone.kml Ti potrebbe interessare AD North Sails Giubbotto Uomo Blu griffeshop.com AD Questo è lo stipendio mensile del Papa Consigli e Trucchi Cosa portare in un trekking Se decidi di fare un trekking, ecco i nostri consigli, a partire dalla nostra Guida al Trekking . Uno zaino da almeno 50 litri (ecco cosa devi sapere per scegliere quello giusto ma anche come devi riempirlo per non farlo pesare troppo e come proteggerlo dalla pioggia ). Scarpe da trekking a collo alto (qui la nostra guida alle scarpe da camminata ). Asciugamano sportivo in microfibra e 2-3 magliette leggere (qui il nostro vocabolario dell’abbigliamento sportivo per districarsi tra i tessuti tecnici ). 2-3 pantaloni da trekking (qui spieghiamo quali caratteristiche devono avere ). 3 paia di calzettoni da trekking (per scegliere quelle più adatte leggi qui ). Giacca di tipo guscio per ripararsi dal vento e dal freddo (leggi la nostra guida sulle giacche impermeabili da trekking ). Felpa o pile (ecco i nostri approfondimenti sull’abbigliamento outdoor ). Bastoncini telescopici da trekking (ecco perché sono necessari ). Cappello e occhiali per proteggersi dal sole . Borraccia (ecco le migliori in acciaio inox) . Prodotti per igiene personale (e i detersivi per lavare l’abbigliamento ). Crema solare (qui i consigli per proteggerti in maniera efficace ). Kit primo soccorso: cerotti/Compeed per eventuali vesciche; bende; disinfettante; rotolo nastro adesivo. Mini torcia per muoversi di notte senza svegliare gli altri. Salita alla Sacra di San Michele
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